VENACO
I CORSI SEPOLTI NELLA CHIESA DI SAN CRISOGONO IN ROMA
La Corsica non fu delle più fortunate tra le terre e le grandi isole mediterranee dell'Impero Romano nel passaggio dal gentilesimo alla novella religione venuta dall'oriente. Ma S.Gregorio Magno, che tanto si affanno' per recuperare alla Croce tutti i paesi, anche i più remoti, un tempo conquistati dalle aquile romane, non dimenticò l'Isola santificata dal sangue della vergine Giulia, e colà pure spedì i suoi messi di pace e d'amore, promovendo la fabbrica delle chiese e dei monasteri benedettini. Da allora la sollecitudine dei pontefici per i Còrsi non cessò mai e Leone IX, sapendoli belligeranti ma fedeli, ad essi rivolse l'invito di venire a colonizzare il risorto Porto di Roma per difenderlo dai crudeli nemici della fede.
Fu probabilmente dal nuovo pago ostiense che vennero a stabilirsi in Roma le prime famiglie che formarono la colonia còrsa dell'Urbe, ed è anche verosimile che tale colonia s'iniziasse con umili origini, cioè mediante il commercio del pesce, che pur molti secoli dopo troviamo in gran parte nelle mani dei Còrsi, tanto che nella seconda metà del sec. XVI più volte e precisamente un còrso a capitanare l' università romana dei pescivendoli, con l'ufficio di console e camerlengo. Seguendo inoltre l'esempio di altri immigrati italiani ed esteri che in Roma per lo più erano venuti raggruppandosi in una medesima contrada e, per non separarsi gli uni dagli altri nè pur dopo morti, si erano scelti una chiesa per comun sepoltura, i Còrsi fissarono le loro abitazioni in una zona dell'Urbe, il Trastevere, che non era la più pregiata dal ceto distinto della popolazione, ma che meglio di altre certo si confaceva alla natura delle occupazioni prevalenti fra i membri della colonia, ed ivi si elessero anche un tempio per l'ultima dimora. Va detto subito che in questa regione, non inferiore ad alcun'altra di Roma per amenità di sito, erano venuti a stabilirsi anche i Sardi, non sappiamo se prima o dopo i Còrsi, ma probabilmente circa la stessa epoca. La colonia sarda, più numerosa vantava anche origini più illustri ed abbellite da una leggenda eroica, poiché il suo fondatore e capostipite s'identificava in un consanguigneo del guerriero Ilario Cao il quale, sollecitato dal papa, avrebbe liberata la Sardegna dai Saraceni. I due popoli isolani, così vicini, dovevano vivere in una concordia quasi fraterna, fors'anche perchè le loro rispettive attività, diverse e quindi non contrastanti con i reciproci interessi, permettevano in patria un proficuo scambio di prodotti attraverso lo stretto che separa le due isole, ed in Roma l'esercizio di commerci differenti gli uni dagli altri. Sappiamo infatti che mentre il commercio dei Sardi aveva per oggetto prevalentemente legname, olio, cereali, i Còrsi invece si dedicavano al traffico del pesce, come abbiam detto, dei vini, del bestiame, e tenevano negozi di pizzicagnoli e simili. Non andarono invece i Còrsi mai d'accordo con quelli di Genova, che pure abitavano in Trastevere, dove anche oggi sussiste la loro chiesa e la loro confraternita, e con essi spesso si azzufavano, forse per concorrenza nei mercati o per altra cagione. Ad ogni modo tale antipatia potrebbe anche spiegare le ragioni del malanimo covato sempre dai Còrsi contro i Genovesi, l'origine primissima del quale potrebbe anche essere tutt'altro che politica.
A queste colonie di piccoli e grandi trafficanti doveva dunque riuscire particolarmente comodo l'abitare in Trastevere, nei pressi del porto di Ripagrande, dove venivano ad ancorarsi le barche cariche di merci provenienti dalla Sardegna, dalla Liguria, da Bastia, da Civitavecchia e, in tempi moderni da Livorno. Qualche famiglia còrsa si era stabilita nell'isola Tiberina, ma il nucleo maggiore della colonia aveva fatto suo centro la Piazza dell'Olmo, oggi scomparsa. Nelle stesse contrade press'a poco si saranno venuti a riunire anche i Sardi, i quali, più numerosi e più ricchi, formarono probabilmente una confraternita, certo eressero un ospizio per i loro poveri presso la chiesa di San Crisogono e in fine s'intesero per riunirsi anche dopo morti in quella medesima chiesa, una delle tre più ragguardevoli fra le trasteverine, ché fu essa pure, come documentano i recenti scavi archeologici, delle piuù antiche basiliche cristiane e de' più antichi titoli cardinalizi di Roma. Ebbene, in San Crisogono andarono a finire pure i Còrsi, e se le loro sepolture non rimontano a tempi così vetusti come quelle dei Sardi, le prime delle quali furono, come sembra, le tombe della famiglia di Costantino Cao, tuttavia dopo il medio evo si fecero assai numerose. Devesi però avvertire che la chiesa di San Crisogono non sta ai Còrsi (per adottare la formula matematica) come le altre chiese nazionali di Roma agli altri popoli dai quali ancora traggono il nome; vale a dire che non consta ne acquistassero mai la proprietà, né i Còrsi nè i Sardi. Né l'una né l'altra colonia poteva addossarsi le spese della manutenzione e della ufficiatura continua di una chiesa, come fecero i Genovesi, i Fiorentini e tanti altri popoli italiani e forestieri, perciò si limitarono a comperare volta per volta, singolarmente, le sepolture loro occorrenti. Sorge quindi facile il dubbio se San Crisogono possa annoverarsi fra le chiese nazionali, sembrando che questo titolo debba competere unicamente alle chiese dai pontefici concesse in assoluta e libera proprità alle colonie d'immigranti che glie ne facevano richiesta. Comunque rimane il fatto, storicamente importante, che la colonia còrsa in Roma radunò la maggior parte dei suoi defunti nella chiesa di San Crisogono, prima che, dismessa l'antica fierezza di popolo indomito e bellicoso, i suoi membri più ragguardevoli andassero a domandare umilmente di essere accolti, quali buoni sudditi del Re Cristianissimo, nel fastoso tempio di San Luigi de' Francesi alla Scrofa.
Secondo il Tencajoli, le lapidi più antiche risalgono al pontificato di Eugenio IV
(primi decenni del secolo XV), ma quelle di cui il Forcella pubblicò le epigrafi cominciano un buon secolo dopo, cioè con il 1527, e hanno termine con il 1589. Non sembrando verosimile che solo in questo breve periodo convenissero le salme còrse sotto le navate di San Crisogono, conviene ritenere che quelle anteriori siano andate disperse nelle radicali opere di restauro e rimaneggiamento subite dalla chiesa circa il 1623 sotto la direzione del Soria e per volontà del cardinale Scipione Borghese, il quale vi lasciò larga memoria della sua munificenza. Trattavasi certo di semplici lapidi già logore, che vennero gettate perchè forse nè pur si trovavano in Roma i discendenti di coloro che in quelle tombe erano stati deposti, dispersione questa verificatasi anche per le lapidi dei Sardi, per le quali anzi il Tencajoli formula l'ipotesi che venissero tolte per far posto a quelle dei Còrsi, fatto, a parer nostro, non molto credibile. Ad ogni modo è certo che nessun importante monumento còrso venne eretto in San Crisogono, altrimenti, crediamo sarebbe stato rispettato. Meno facile a spiegare la mancanza di titoli sepolcrali posteriormente al 1589, più di trent'anni prima dei lavori fatti eseguire dal Soria. Bisogna dire che o venissero a cessare quell'epoca le sepolture dei Còrsi o venisse negato loro il consenso ad acquistarne altre. E' vero tutavia che tombe dei Còrsi se ne trovano anche fuori di San Crisogono: a San Francesco a Ripa, per esempio, dove nel 1515 veniva tumulato Giovanni Paolo di Leca conte di Cinarca e domicello di Leone X, a S. Agostino, a S. Salvatore della Corte, a San Teodoro, a San Bartolomeo all'isola e via dicendo. In uno studio più ampio ci occuperemo anche di queste chiese; per ora limitiamoci a San Crisogono.
La più antica lastra tombale, nella navata sinistra della chiesa, sul pavimento presso la settima colonna (sono indicazioni del Forcella), serba la figura di una donna. L'epigrafe ci informa che essa si chiamo Anastasia e fu figlia di Nicolò Còrso de Tavera. Morì a ventisei anni, nel 1527, l'anno del famosissimo sacco di Roma: chi sa se la fine prematura di quella giovane venisse causata da quel luttuoso avvenimento? La memoria sepolcrale fu dedicata alla defunta da Caterina moglie di Nicolò, e non accennando l'epigrafe a più stretti vincoli di sangue fra le due donne, nè a particolare dolore della superstite per la perdita fatta, matrigna della prima.
Un più prolisso titolo funerario, sul pavimento della navata destra, dinanzi la quarta colonna, ricorda Francesco Griscioli di Balagna di Giustignano ed un suo filglio, Lorenzo, morti entrambi nel 1553, l'uno a cinquantotto, l'altro a sedici anni. La deposizione delle loro salme in San Crisogono avvene a cura del rispettivo figlio e fratello Polo, il quale dichiarò di attenersi in questo alla volontà del genitore. Null'altro conosciamo circa questi Griscioli, ma è probabile che fossero negozianti. Il nome Polo si ritrova nelle isole tirreniche: circa il medesimo tempo trafficava in vini nell'Urbe un certo Polo Battista di Pianosa. Un Filippo còrso è rammentato da una lapide esistente nel coro della chiesa, ma alcuni gradini ivi sovrapposti sin dal tempo della Forcella, e che sembra sia impossibile far togliere anche provvisoriamente, impediscono di leggere l'intera epigrafe. Se ne rileva però anche il nome di Teramo, che ci porge occasione osservare quanto fosse diffuso tra i Còrsi questo nome, il quale, se non andiamo errati, sul continente è per lo meno rarissimo, se non introvabile. Il Trasselli cita di protocolli notari capitolini ben quattro volte un Antonio Còrso filgio di Teramo: uno, il cui padre era morto, nel 1551 commerciava legnami in societa' con altri; un secondo pure privo del padre, negoziava in cavalli, e un terzo, detto figlio di Teramo, aveva per moglie una certa Santa proprietaria di maiali e porchetti, l'uno e l'altra viventi nel 1553; in fine il quarto, citato come Antonio de Teramo Còrso, nel 1554 si era associato al pizzicarolo maestro Bartolomeo da Imola per trafficare in bestiame da macello. Chi potrebbe dire se le quattro citazioni si riferiscano alla medesima persona o a persone diverse? Ma la diffusione fra i Còrsi del nome Teramo (sulla origine del quale saremmo curiosi di avere notizie, non avendo potutoverificare se esista o no un santo così denominato) è attestata anche da quel monsignor Castellani sacrista di papa Pio IX, di cui parlammo diffusamente su questa medesima rivista, e che al fonte battesimale ricevette i nomi di Pietro Raffaello Teramo Salvatore. Riprendendo la nostra rassegna sepolcrale, nel 1555 è una fanciulla diciassetenne chiamata Ludovica che i genitori Matteo Capello Còrso "de Basterica" ed Elisabetta seppellivano in San Crisogono in un loculo acquistato anche per se stessi e per uso di tutti i loro consanguignei (omnium suorum) nella navata destra, avanti le seconda colonna. Ivi presso sceglieva l'estremo domicilio anche Dianora di Lorenzo da Bastia, chiamandone a pure i suoi nipoti. Nell'altra navata invece, la sinistra, acquistava nel 1561 una tomba Antonio "ex Sovarella" per seppellirvi piangendo i "dolcissimi" figli di Pietro ed Elena de' quali mentre erano ancora in tenera età, l'amarissimo destino l'aveva orbato. Del 1562 è un'epigrafe della navata destra così concepita:Questae S. De Gavino Còrso da Lumio de Valagna. Nella nave maggiore acquistava ancor vivente un sepolcro Domenico "a Basterica" per sè, per gli eredi suoi e per quelli del carissimo nipote Clemente: fu il primo ad inaugurarlo nel 1571. Persona ragguardevole doveva essere Filippo Guglielmo Imporrati, egli pure di Bastelica, "probitate et moribus ornatissimus" che, morto sessantenne nel 1571, la moglie Santa "uxor moestssima et Antonius filius caeterique fratres lacrimosi" seppellirono in un avello della navata centrale, dinanzi la nona colonna, proponendosi di raggiungerlo poi nel medesimo luogo. Un sepolcro della destra nave, avanti la terza colonna, è annunciato semplicemente come proprietà di Battista "de Tavaco còrso et Petre (sic)- uxoris eius ac omnium suorum. Più patetica è invece un'altra epigrafe del 1573 nella destra navata. Essa dice:Moritura mortuis Lealpheo - a Monte Maione Corsicae marito - gratiss. et Sanctae eius dulciss. filie (sic) ò caeterisque haeredibus et sibi Argenta - a Flumine uxor moerens hoc - preparavit sepulcrum etc. Nel 1585 un Martino Marchionacius " e Castro Venaco ", còrso, acquistava un sepolcro nella nave sinistra per deporvi la consorte Fiorina Salvidagga e per farne la tomba di sua e di tutti i suoi. Nel coro, l'anno 1589, Paolo del fu Raffaele Balioni còrso dette sepoltura a Santo fu Luca suo conterraneo ed ai figli di lui Andrea e Antea. Nella nave destra, presso la balaustra, rimane l'epigrafe d'un Giovanni Frediani, o di Frediano, "ex insula Corsica", il quale acquistò l'avello per sè e per i suoi.
E' noto che i Còrsi per lungo tempo formarono quasi il nervo del piccolo esercito pontificio, finchè Alessandro VII, non potendo sfidare le ire del Re Sole, fu costretto a licenziarli tutti. Dunque fino alla seconda metà del secolo XVII di soldati còrsi in Roma ve ne erano a centinaia: pure, osservava il Trasselli, negli atti notarili da lui consultati, nomi di militari dell'Isola non se
ne incontrano, mentre sono frequenti i nomi di capitani. Lo stesso possiamo
dir noi per le sepolture di San Crisogono, nelle quali, soprauna ventina di epigrafi, non incontriamo un solo milite còrso, ma bensì sei capitani o alti ufficiali. Nella parete della navata destra, di contro alla seconda colonna, leggesi la seguente epigrafe datata 1547: Pasquino Corso Milit. Tribuno rebus - strenue genstis clarissimo qui magnis - partis honoribus magno omnium cum - moerore die XV Julii M. D. XXXII obit (sic) - et Lucretiae eius filiae pudicitia et - moribus insigni immaturae ab humanis - ereptae XIX Julii M. D XLVII quae vixit - ann. XV mm. VI dd. XII - Horatius - Castellani corsi socero et uxori moestis. p. Più importante un'altra epigrafe, che il Forcella desunse da un codice Chigiano, dove si nomina lo strenuus capitaneus Salvator de Levia corsus - qui cum in obsidione Parmae ad servitia - inclytae familiae Farnesiae viriliter mili interfectus fuit. Hic iacet (aggiunge con enfasi il necrologio) et cum eo - fides valor et probitas iacent. Morì a quarantacinque anni, nel 1551, durante l'assedio subito da Parma dopo la uccisione di Pier Luigi Farnese: caduto mentre compiva il suo dovere di valoroso per un colpo lanciatogli da una delle antiche macchine belliche vomitatrici di pietre, come prova il documento, ne venne portata a roma la salma e sepolta in San Crisogono a cura del fratello Vincetello. La qualità di questo còrso di capitano al servzio dei Farnesi ci rammenta che altri suoi conterranei militarono e, militando, si distinguevano nel ducato di Parma. Dopo il De Levia possiamo fare i nomi Simone Bartoli, colonnello nelle truppe ducali nel 1765, nel quale otteneva una pensione annua di tremila lire e si ritirava a godersela in pace nell'isola natia. Del 1766 è la nomina di Antonio Carcopino a comandante d'onore della Guardia Nobile, e l'esistenza di famiglie di questo nome nel parmense anche al giorno d'oggi prova che egli rimase nella seconda patria che erasi scelto. Giovanni de Castagnola, di Algaiola, ebbe i gradi di colonnello di fanteria (afferma il Micheli dal quale togliamo tutte queste notizie) e di capitano nel reggimento delle Guardie Reali a piedi: per una ventina d'anni fu governatore e comandante del presidio di Borgotaro e nel 1792, in fine, ebbe la nomina a maresciallo di campo per le milizie parmensi, dopo di che si ritirò a vita privata. Un fratello di Giovanni, chiamato Cesare, dopo essere stato capitano di milizie al servizio della Repubblica di Genova, passò nel ducato di Parma dove raggiunse il grado di colonnello e morì a Piacenza nel 1780. I Castagnola, insigniti del titolo comitale (altri dice baronale) ebbero bella discendenza nello stato parmense ed il figlio Giovanni, Ferdinando, si distinse nei motivi del Risorgimento. Ricordiamo finalmente Luigi Ciavaldini "che visse lungo tempo, nel sec. XVIII, nei ducati di Parma e Piacenza e fu ivi rivestito, insieme con il figlio Muzio, di alte carche militari". Morì a novantadue anni, nel 1783, in Piacenza ed ebbe sepoltura nel celebre tempio di Santa Maria in Campagna, dove se ne trova ancora l'epigrafe della quale è dichiarato nativi in Corsica, Prefectus castrorum - Ducis N. Ferdinandi Borboni - pro Tribuno Legionis Parmae: dedicavagli la lapide il figlio Muzio pro Preafectus urbi militari potest.
Tornando a San Crisogono, un altro titolo funerario ivi è dedicato alla memoria di Napoletto Corsico, capitano, armis ac moribus suis principibus cariss. Morì a settantatrè anni nel 1555, e egli rese gli estremi onori la moglie Lucrezia, anche essa còrsa. Questo personaggio ci sembra da identificare con quel Neapolettus che nel 1550 risultava possessore di stbili in Trastevere, in luogo detto "la strada maestra". Ovvio ci sembra anche far osservare l'analogia morfologica del nome Neapoletto o Napoletto con quello, reso tanto illustre, di Napoleone. Le origini dei due nomi non possono non essere comuni. Al padre carissimo Paulo Salviolacio corso strenuo capitaneo, morto settantenne nel 1556, dedicava pure una lapide il figlio Ottavio. Nei documenti esaminati dal Trasselli egli era chiamato Paolo della Salviolaccia. Figlia del capitano, o Consalvo, de sancto Antonino (o più tosto de sancto Antolino), era una Padua còrsa che nel 1556 acquistò un sepolcro per sè e per i suoi nipoti nella destra nave, presso la terza colonna. In fine è da segnalare una lapide fregiata d'un busto disegnato e d'uno stemma, la cui epigrafe ricorda Bernardinus Bastelicus milit. Praef. et Marianus Brunus Corsi, i quali nel 1573 assicurarono il diritto di sepoltura per sè e per i loro posteri in un avello pure nella navata destra, davanti alla sesta colonna.
Altri capitani còrsi sono menzionati nei documentati veduti dal Trasselli: un Gio. Battista de Lega, o de Leca, forse figlio di quel Gio. Paolo conte di Cinarca che nel 1515 veniva sepolto in San Francesco a Ripa, un Emanuele de Niolo, un Pier Anonio ed un Crucianus non meglio identificati, tutti viventi fra il 1548 e il 1551. Il primo abitava in Piazza dell'Olmo odierna Piazza Gioacchino Belli ed era depositario di trenta scudi datigli da una sua conterranea.
Queste poche notizie abbiamo raccolte non per costruirvi sopra uno studio, per il quale manca la base essenziale, cioè l'indagine originale, bensì per richiamare l'attenzione degli studiosi sopra un soggetto storico di grande interesse per la Corsica: la ricerca de' suoi emigrati in Roma attraverso i documenti degli archivi, poco o punto esplorati a tal fine, e i monumenti sepolcrali nelle chiese. Di questi monumenti grande senza dubbio è stata
la dispersione, ma i registri parrocchiali, dove e quando esistono, i sepolturali ed altri codici e libri venerandi possono supplire in parecchi casi, e così dar modo allo studioso di ricostruire in buona parte, nel numero, nelle qualità e nelle figure de' suoi membri, la colonia còrsa che sul limitare della tomba degli Apostoli visse, si agitò, prosperò al pari di tante altre colonie italiane e straniere.
Pio Pecchiai
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